Riserva di Biosfera Appennino tosco-emiliano

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Un Parco in cammino

Fausto Giovanelli conclude il suo mandato alla guida del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano dopo anni in cui l’ente ha progressivamente consolidato ruolo, identità e riconoscibilità, sia a livello locale sia nel contesto nazionale delle aree protette.

Figura di lungo corso nella vita pubblica emiliana, con un passato da amministratore e parlamentare, Giovanelli ha portato al Parco un’impostazione politica nel senso più alto del termine: capacità di tessere relazioni istituzionali, dialogo costante con i Comuni del crinale, attenzione agli equilibri tra tutela ambientale e sviluppo delle comunità residenti. Sotto la sua presidenza, il Parco ha rafforzato la propria dimensione internazionale – anche attraverso i riconoscimenti  MaB e Patrimonio dell umanità Unesco – e ha investito su educazione ambientale, filiere locali,boschi ,turismo sostenibile e marchi di qualità territoriale. È cresciuto il lavoro sulle scuole, sulla valorizzazione dei prodotti dell’economia montana, sulla manutenzione e promozione della rete sentieristica, così come la presenza del Parco nei programmi di buona gestione forestale e nelle progettualità europee.

Non meno rilevante è stato il tentativo, talvolta complesso, di tenere insieme esigenze diverse: conservazione degli habitat, attività agricole, fruizione turistica, richieste dei residenti. In questo equilibrio si è giocata gran parte della sua azione amministrativa. Ora, alla vigilia della conclusione del mandato, l’11 marzo,  l’intervista diventa l’occasione per tracciare un bilancio: risultati raggiunti, criticità affrontate, rapporti con i territori, prospettive future e nodi ancora aperti. Con lo sguardo di chi ha attraversato più stagioni istituzionali e conosce in profondità le dinamiche della montagna appenninica.

Presidente, quanti anni è stato alla guida del Parco?

Sono stato presidente per 19 anni e 6 mesi. Ma in realtà mi sono occupato del Parco molto prima della presidenza, quando abbiamo fatto nascere la legge istitutiva e poi il decreto attuativo. È stato un lavoro intenso in Parlamento e sul territorio, insieme.

Da dove comincia davvero la storia del Parco?

Comincia prima del 2001. Abbiamo iniziato a lavorarci tra il 1995 e il 1997, e anche prima. Per parlare l’istituzione di un Parco nazionale occorreva una legge dello Stato . E una legge non si improvvisa: servono partecipazione, consenso, voti alla Camera e al Senato. La legge istitutiva è la 347 del 1997.. All’epoca ero presidente della Commissione Ambiente del Senato e ho seguito direttamente l’iter. È stata una responsabilità grande.

Cosa prevedeva di speciale quella legge?

Pretendeva il voto dei Comuni per definire i confini del Parco. È un aspetto unico. In altri casi il governo istituisce un parco “sentiti i Comuni”; qui invece era necessario il voto dei consigli comunali. Questo ha inciso profondamente sulla perimetrazione. Non è stata una decisione tecnica presa da un gruppo ristretto. È stato un processo democratico, fatto di assemblee pubbliche, confronti anche accesi, votazioni formali. Il perimetro è stato sofferto e contorto perché non nasce solo dalla natura, ma anche dalla dialettica della  democrazia.

Il Parco è nato subito con l’assetto attuale?

No. La legge consentiva e consente ancora ampliamenti. All’inizio il Parco presentava delle “isole”, parti separate. Solo con il tempo si è arrivati a una continuità territoriale. Inizialmente, ad esempio, c’era Corniglio ma non Monchio; oggi Monchio è pienamente dentro il Parco. Anche Bagnone è entrato successivamente. La Pietra di Bismantova è entrata con tutti i crismi nel perimetro nel 2010, dieci anni dopo il decreto iniziale. È stato un processo graduale, costruito passo dopo passo.

Si sente più presidente o fondatore?

Direi che ho contribuito a fondarlo insieme a molte altre persone e soggetti istituzionali. Presiederlo è stata altra cosa. Ma anche lí mi sono trovato davanti un’istituzione già esistente: è stata costruita passo passo,mattone su mattone. Come un Comune che nasce e si struttura nel tempo. Non è stato semplice. Ma forse proprio per questo il Parco oggi ha personalità e radici riconoscibili .

La fase finale del mandato. Oggi si apre una nuova fase. Il suo successore sarà una sua “creatura”?

No, e non sarebbe corretto che lo fosse. I presidenti dei parchi nazionali sono nominati dal ministro dell’Ambiente. Oggi il ministro deve proporre una terna e raccogliere il consenso delle due Regioni; se non c’è accordo può comunque provvedere. In alcuni casi viene nominato un commissario. È una scelta che appartiene alla maggioranza di governo, ed è legittimo che sia così.

C’è il rischio di un vuoto di guida?

Le istituzioni non si fermano. C’è continuità amministrativa, c’è un direttore e collaboratori di grande valore , ci sono progetti pluriennali finanziati con fondi europei e statali. Non si fermano i cantieri della ciclopedonale sul fondovalle del Secchia. Non si fermano i progetti sugli impollinatori, sulle acque e sul gambero di fiume, sul turismo sostenibile, sui castagneti, sui programmi legati al clima. Non si fermano le attività educative come “Neve e Natura”.Non si fermano i crediti di sostenibilità. Le persone cambiano. Le istituzioni restano. Questo è il senso dello Stato.

Il Parco e il mondo – In queste settimane avete organizzato cinque assemblee MAB molto partecipate. Perché?

Per rinsaldare una comunità. Parco e MAB sono  fatti di territori diversi: Lunigiana, Garfagnana, Parmense, Reggiano, Modenese. Non sono realtà omogenee. Serviva ritrovarsi di persona! Ma c’è anche un altro motivo. Il programma MaB, di cui facciamo parte, è espressione dell’Unesco e quindi dell’Onu. In un momento storico in cui l’ordine mondiale in crisi drammatica , in cui si contestano apertamente le organizzazioni internazionali, è importante ricordare che la cooperazione tra paesi territori è un valore e anche una imprescindibile necessità di tutti. Abbiamo partecipato al congresso mondiale in Cina. Le riserve MaB nel mondo sono 780. Non è solo un riconoscimento simbolico: è una rete di diritto internazionale che lega ambiente, scienza, pace, cooperazione. Difendere quella rete significa difendere un’idea di multilateralismo. Significa dire che ambiente e pace sono connessi.

La battaglia culturale – Qual è stata la decisione più difficile in questi anni?

Tenere duro. All’inizio il Parco è stato un bersaglio. Molti temevano vincoli aggiuntivi, limitazioni. In realtà l’unico vincolo realmente aggiuntivo riguarda la caccia. Tutto il resto – paesaggistico, edilizio – esisteva già. C’è stata molta confusione su questo.

Qual è il successo più grande del suo mandato?

Aver contribuito a far capire quanto è bello e prezioso l’Appennino. La tutela più forte non è una norma che vieta. È la consapevolezza del valore. Se le persone riconoscono che un luogo ha un valore, lo proteggono molto più efficacemente di quanto farebbe una regola formale. Credo che il Parco abbia vinto una battaglia culturale sull’idea stessa di Appennino.

I numeri – Dal punto di vista economico, che impatto ha avuto il Parco?

Il Parco non ha mai chiesto un euro a Comuni o cittadini. Non preleva risorse dal territorio. In compenso ha portato risorse. Oggi il bilancio è attorno ai 20 milioni di euro annui. Il trasferimento statale è inferiore ai 2 milioni: circa l’80% delle risorse è stato intercettato attraverso bandi europei e nazionali. In quasi vent’anni parliamo di circa 200 milioni di euro di investimenti pubblici sul territorio. È stato un catalizzatore di finanziamenti e progettualità.

Le priorità per il futuro – Se dovesse indicare una priorità strategica per il futuro?

Educazione e capitale umano. Progetti come “Neve e Natura” costruiscono coscienza territoriale. Ogni anno migliaia di ragazzi fanno un’esperienza concreta. Vent’anni dopo tornano come genitori. Poi la gestione sempre migliore del bosco, le filiere sostenibili, la valorizzazione delle risorse locali. Ma al centro resta la cultura ambientale. Direi tre parole: cultura, ambiente, comunità.

Quali sono i principali rischi per il Parco?

Burocrazia e campanilismo. I campanili possono essere una ricchezza, ma non devono diventare strumenti di conflitto. Il Parco deve costruire coesione. Non ha mai fatto guerra ai sindaci di destra o di sinistra: ha guardato alla qualità dei progetti, non al colore politico. Se il Parco si chiude dentro il proprio perimetro o annega nella burocrazia, perde la sua missione.

L’eredità – Se dovesse sintetizzare con una sola espressione l’eredità del suo mandato?

Un Parco nazionale in cammino. In crescita continua. Una grande rete di collaborazione. Non un territorio recintato con il biglietto d’ingresso, ma un organismo vivo, osmotico, in relazione con scuole, Comuni, imprese, associazioni,usi civici  volontariato. In Europa i parchi non sono pezzi di terra isolati: sono territori abitati dove si cura l’ambiente attraverso le persone.

E ora, cosa farà?

Non lo so ancora. È stato un impegno totalizzante, non un incarico da ufficio. Ora c’è anche un’età che invita a guardarsi dentro, a rallentare, a riflettere. 

Il cammino continua. Forse in forme diverse.

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